L’immagine di sè

14 gennaio 2011

L’immagine di sè

C’era un allenatore di pallacanestro, Aza Nikolic, che era molto conosciuto nell’ambiente cestistico non solo per la sua preparazione ed i suoi successi (ha vinto campionati nazionali e internazionali), ma anche perché usava degli esempi, quando parlava con i giocatori, un po’ particolari. Una volta, parlando con un giocatore che poteva giocare bene, ma perdeva sempre il cosiddetto “attimo” gli disse, nel suo italiano-iugoslavo: “Tu sei come mucca, che dopo avere fatto buono latte, dà un calcio a secchio!” .

Quante volte abbiamo sentito dire frasi del tipo: “Potrebbe essere un ottimo giocatore, ma gli manca qualcosa”; e sentire che quel qualcosa viene di volta identificato in grinta, oppure fiducia, o fortuna. Quando poi ci capita di parlare a noi stessi, e siamo “buoni”, quello che ci manca oltre alla grinta, la fiducia e la fortuna, è anche il tempo (meteorologico e fisico), l’occasione giusta,  l’essere capito dagli altri ecc. ecc..

In tutti questi casi, quello che manca non è tanto una questione, come si crede comunemente, di grinta, fiducia, fortuna, tempo e così via, in quanto tali aspetti altro non sono che “effetti” di una “causa” ben precisa: l’immagine di sé.

Se mi dico “non voglio vedere le scimmie”, in maniera del tutto naturale tendo a pensare o immaginare alle scimmie o a qualcosa a loro correlato (la gabbia, le banane, la giungla) e più mi sforzo a dirmi che “non voglio vedere le scimmie”, più l’attenzione va, in un modo o nell’altro, alle scimmie e ai suoi riferiti.

L’esempio è di non poco conto, riguardo all’immagine di sé e alla prestazione sportiva (e non solo). Se è vero, come è vero, che la mente tende a seguire gli stimoli che le invio e a trasmettermi solo le immagine conseguenti agli stimoli che le fornisco, nel momento in cui mi dico “non voglio essere nervoso” , la mente mi trasmetterà nervosismo e mi comporterò nervosamente; se le dico “non voglio essere agitato” mi trasmetterà agitazione e mi comporterò da agitato; se le dico “non voglio giocare male” mi trasmetterà immagini e sensazioni di quando gioco male e finirò per giocare male; se le dico “non voglio perdere” … fate voi.

E’ vero, non sempre si gioca bene e si vince, ma è anche vero che la vittoria e la sconfitta fanno parte dell’esperienza sportiva, oltre che della vita in generale, e che se si finisce con il guardare solo la vittoria e/o la sconfitta, si perde di vista l’ “essenza” dell’esperienza, rischiando di sentirsi“fenomeni” quando di vince e “nullità” quando si perde.

Qualche tempo fa, ho ascoltato un’intervista di Roger Federer, il giocatore di tennis più forte al mondo, il quale, rispondendo ad una domanda su quella che secondo lui è la sua qualità migliore, ha detto: “sono una persona molto positiva; quando le cose vanno male o perdo o non gioco bene, non mi abbatto e continuo a lavorare con impegno e dedizione”. Noterà il lettore che Federer non ha parlato di questioni tecniche (il dritto, il rovescio, lo smash, la battuta) ma si è riferito solo ad una questione personale ed il particolare non è di poca importanza, perché se è vero che si può anche non avere il “braccio” di Federer, è anche vero che coltivare un’immagine di sé che sia positiva è una capacità che possono acquisire e potenziare tutti, e per tutti intendo … tutti, dall’amatore al professionista più o meno famoso.

Facile, vero? Chi ci ha provato, sa che non è esattamente così facile, perché l’immagine di sé è il riflesso di quello che uno pensa di sé stesso intimamente, quando è fra sé e sé, nei momenti di (purtroppo rara) sincerità personale; il comportamento esteriore, anche in chiave sportiva, altro non è che il riflesso dell’immagine che ci si porta dentro e se si vuole modificare un comportamento esteriore, è necessario modificare il concetto di “chi sono io” che teniamo dentro di noi.

E un po’ come avere il putt da 2 metri; la tecnica è indispensabile, ma è pure indispensabile avere, lì, a 2 metri dalla buca, l’atteggiamento che mi possa aiutare a fare pendolare il putt nella maniera corretta e fare andare la pallina sulla linea che la porta in buca. In quegli “interminabili” momenti, viene da pensare di tutto: “adesso lo sbaglio”; “vedrai che mi sborda”; “anche stavolta mi andrà male”; “ma cosa vuoi che lo metta dentro”. Certo, non sempre è così, ma succede anche ai professionisti che, in particolari momenti di stress, si finisca a dirsi o a pensare all’errore, anziché alle possibilità di riuscita.

La causa di tutto ciò è l’immagine di sé; uno sportivo vincente quando vince, si complimenta con se stesso per il buon risultato, ricorda quali cose buone ha imparato e fatto bene e ripromette a se stesso di essere più abile, la prossima volta, nelle cose che pure non gli sono riuscite bene. Quando invece perde, più o meno è la stessa cosa, perché sa che qualcosa di positivo ha comunque fatto, se non altro l’averci provato; quindi ricorda quali cose buone ha imparato e fatto bene e ripromette a se stesso di essere più abile, la prossima volta, nelle cose che non gli sono riuscite bene.

Alla mia ormai “veneranda” età ho imparato che la fortuna e la sfortuna non esistono in sé e per sé; si accompagnano, in molti casi con chi la cerca o chi ne ha paura. E se poi succede che il putt sbordi lo stesso, nonostante la applicazione positiva che ci si mette, pace e amen: vuol dire che doveva andare così; ma vogliamo scommettere (con noi stessi) che dando alla nostra mente del “cibo” fatto di stimoli e immagini positive e di successo, i putt che sbordano saranno sempre meno, compresi i tee-shot che vanno storti e le “flappe” degli approcci?

edito da Carlo Spillare ©









 

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