Il controllo delle emozioni

14 gennaio 2011

Il controllo delle emozioni

Sicurezza, coraggio, fiducia, entusiasmo, lealtà, amore, paura, ansia, delusione, frustrazione, invidia, odio. Sono alcune delle tantissime altre emozioni che sono presenti in un essere umano, quindi, anche nello sportivo.

Generalmente, nella nostra cultura il controllo delle emozioni viene associato ad un’idea di repressione delle emozioni: “non si deve essere insicuri”, “non si deve essere paurosi”, “non bisogna mostrare affetto”, “non ci si deve arrabbiare”, “si deve essere perfetti”, “si deve essere gentili”e così via.

Ciò che non si considera, a vivere le emozioni in termini di “si deve” o “non si deve”, è che si finisce con il coltivare, e trattenere, proprio l’emozione che non si vorrebbe avere. Perché? Perché l’emozione non è altro che una reazione ad un’immagine che si coltiva nella propria mente, tanto è vero che la mente funziona essenzialmente per immagini;  infatti, se ci si dice “non voglio vedere le scimmie”, la mente tende naturalmente a rimandare un’immagine di scimmie (o di una gabbietta, o di una banana …). Allo stesso modo, se quello che si sta per andare a fare (es.: un putt da un metro, un tiro dal tee di partenza, un colpo dal bunker) viene vissuto come un qualcosa di “pericoloso”, l’emozione che scaturisce da questo modo di pensare sarà facilmente quella di paura o di ansia. Al contrario, il giocatore che sa di essere un buon pattatore, o che sa uscire bene dalla sabbia, affronterà con sicurezza quei colpi e tale sicurezza gli deriva come conseguenza del pensiero di essere un buon giocatore in quelle particolari situazioni.

E’ importante comprendere bene il concetto che l’emozione è una reazione al significato che si attribuisce allo stimolo che si ha davanti. E’ classico l’esempio del bambino al circo che vede un orso venirgli incontro e che vive quei momenti con paura, mentre l’emozione cambia totalmente non appena l’ “orso”, avvicinatosi al bambino, si toglie la testa e si svela essere un clown travestito da orso. In questo caso, l’emozione del bambino non era proporzionata alla realtà delle cose (un clown travestito da orso) ma era di certo reale per il bambino stesso. E nel tempo, si determina così l’abitudine di vivere particolari emozioni non perché esse siano proporzionate alla situazione, ma solo perché la situazione viene vissuta come “pericolosa” dalla nostra immaginazione.

Il fatto che l’emozione è una reazione personale al significato che si attribuisce a ciò che si sta vivendo, più il fatto che ogni essere umano è in grado di provare praticamente qualsiasi emozione, ci porta a comprendere che le emozioni possono essere controllate, non tanto nel senso della repressione (e cioè non mostrare l’emozione indesiderata), quanto nel senso della “scelta” (e cioè esprimere l’emozione desiderata e appropriata alla situazione).

Le emozioni possono essere viste come un pendolo, che nella sua escursione va da un estremo ad un altro; controllare le emozioni equivale a portare consapevolmente il proprio “pendolo” sul punto (cioè sull’emozione) voluto. Reprimere le emozioni equivale a bloccare il proprio pendolo o permettergli un’escursione limitatissima, così finendo per esprimere solo una limitata varietà di emozioni ed escludendo magari quelle che invece sarebbe necessario esprimere in certi momenti.

Anche nel caso del controllo delle emozioni, non esistono regole generali e universali. Ogni sportivo è una persona unica, con un proprio personale modo di vedere e vivere le cose. Qualche anno fa, Costantino Rocca, in un’intervista rilasciata sulla Gazzetta dello Sport, dopo il lunghissimo putt imbucato nel British Open a St. Andrews, disse che attribuiva il salto di qualità che aveva avuto quell’anno (n.d.r.: in cui venne seguito da un “mental trainer”) al fatto che aveva imparato a fare in modo che le varie arrabbiature che gli “montavano” dopo qualche colpo non riuscito, non continuassero nei loro effetti anche nei colpi successivi. Per il carattere di Rocca, evidentemente, il controllo delle emozioni consisteva nell’esprimere l’arrabbiatura quando gli capitava, ma di “controllarla” nel senso di “farla finita” prima del colpo successivo.

Per il famoso tennista Bjorn Borg, invece, il controllo delle emozioni consisteva nel non far vedere all’avversario l’emozione che stava provando in quel momento, rimanendo così impassibile durante le varie fasi di gioco. Borg non reprimeva le sue emozioni, semplicemente non le faceva vedere al suo avversario.

Questi due esempi, ci possono aiutare a capire che non si può dire, come regola generale, che per controllare le emozioni bisogna arrabbiarsi e “farla finita” subito dopo, o vivere le emozioni ma non mostrarle agli altri. Ogni atleta ha un suo particolare modo di interpretare il controllo delle emozioni; ciò che conta, in definitiva, è di imparare a fare in modo che le emozioni siano adeguate alle necessità del gioco, non che il gioco venga a risentirne a causa delle emozioni non adeguate che l’atleta “butta” in campo.

Lo stesso discorso vale per un’emozione particolare, che nello sport è fondamentale, la cosiddetta “grinta”. In ogni giocatore c’è, solo che ognuno ha un suo particolare e personale modo di esprimerla; c’è chi imbuca da 7 metri e fa la “ola” e chi nella stessa situazione si limita a raccogliere la pallina dalla buca e a segnare il punteggio nello score; c’è chi rischia un legno 5 di secondo per arrivare in green e chi, non sentendoselo, gioca un ferro 6 per avvicinarsi alla buca; c’è chi esce dagli alberi cercando comunque la distanza e chi, nella stessa situazione, gioca in sicurezza e riporta la palla in fairway. Non si può stabilire a priori se è “grintosa” una situazione o se lo è l’altra. I fatti diranno se le scelte sono state adeguate o meno, o lo dirà il modo di sentirsi del giocatore in quelle situazioni.

E’ vero che per vincere, o giocare bene, bisogna correre dei rischi; i rischi devono però essere calcolati ed il giocatore “grintoso” è quello che calcola i propri rischi,non tanto in relazione a quello che “si dovrebbe fare” in una certa situazione, quanto invece al suo modo di sentirsi in quella particolare situazione. Se me la sento, “rischio”; se no, non rischio e vado avanti.

E’ pertanto lo sportivo stesso che dovrà imparare e scoprire quale è il modo di controllare le emozioni che sia adeguato, in relazione alla sua personalità.

E nelle classi dei Corsi di Dinamiche della Mente e del Comportamento, gli atleti imparano ad utilizzare la mente in modo corretto, per fare in modo che le emozioni che si vogliono poi provare in campo, in certe situazioni “pericolose”, siano positive, anziché negative. Ci vuole solo un po’ di tempo e di pratica, affinché la mente impari ad accettare come “normale” una situazione che fino ad allora è stata considerata “pericolosa” o “antipatica” o così via.

E’ un po’ come se nella nostra “casa” ci siano varie stanze dove in una c’è la paura, in un’altra c’è l’ansia, in un’altra ancora la fiducia, in quell’altra il coraggio, e poi un’altra dove c’è l’invidia, e poi una dove c’è l’entusiasmo e così via. Si tratta di imparare a “frequentare” le stanze desiderate e andare a stare in quelle dove vogliamo andare noi, magari rendendosi consapevoli che se non ci piace stare in una stanza, nessuno ci può obbligare a rimanerci, se noi non lo vogliamo. Si decide e si cambia stanza.

Di conseguenza, anche i “sogni”, grandi o piccoli che siano, potranno “rischiare” di diventare realtà, fossero anche solo quelli di giocare in seconda categoria o, al contrario, di vincere l’Open degli Stati Uniti, oppure di passare una giornata all’aria aperta ed essere felici di stare al mondo o di vincere la gara domenicale sul campo del proprio circolo o di migliorare il proprio handicap.

Personalmente, mi hanno insegnato che, così come non ci sono problemi grandi o piccoli, ma ci sono solo problemi, alla stessa stregua, non ci sono traguardi grandi o piccoli, ci sono solo traguardi. Quelli che, una volta raggiunti, ci fanno sentire bene. Ed anche questo è controllo emozionale.

Carlo Spillare ©








 

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